L'editoriale di Tito Boeri

“Globalizzazione vuol dire che posso comprare la stessa maglietta a Parigi e a Milano?”, “Vuol dire che potrò trovare in Italia lo stesso panino con hamburger che ho mangiato ieri in Francia?”. Ricordo ancora queste domande dei miei figli (lascio a voi decidere quale provenisse da mia figlia e quale da mio figlio) in un viaggio in macchina da Parigi a Milano qualche decennio fa. Avevano entrambi ragione. Globalizzazione vuol dire integrazione dei mercati, soprattutto dei beni e dei capitali, con aumento delle pressioni competitive, maggiore circolazione di beni e servizi tra paesi e riduzione delle differenze di prezzo. È proprio alla competizione di paesi a basso costo del lavoro, allo spiazzamento di lavoro poco qualificato nei paesi avanzati, che viene imputata la richiesta pressante di una chiusura delle frontiere e la rivoluzione in corso nelle rappresentanze politiche dei paesi occidentali.

Negli ultimi anni in molti paesi si è assistito all’affermazione di partiti che contrappongono il popolo all’élite e che invocano il protezionismo e il ripristino della sovranità nazionale. L’ideologia è relativamente semplice: c’è un popolo inteso come un blocco omogeneo cui si contrappone un’élite altrettanto omogenea nell’essere corrotta e lontana dai problemi dei cittadini. In mezzo a queste due entità non c’è spazio per corpi intermedi, come associazioni della società civile, organismi tecnici, autorità indipendenti, sindacati, organizzazioni non governative, più in generale istituzioni proprie del sistema di checks and balances delle democrazie occidentali consolidate. La rappresentanza del popolo risponde a principi di democrazia diretta, in nome della quale si sottopongono molte decisioni a consultazioni online se non a referendum. Prevale a tutti i livelli il principio maggioritario a detrimento delle minoranze.

Cosa spiega questi sviluppi che modificano radicalmente le tradizionali divisioni fra destra e sinistra, gli assi del conflitto politico e che hanno già messo in crisi le socialdemocrazie europee? Questo interrogativo, che ha stimolato molta ricerca economica negli ultimi anni, sarà al centro di questa edizione del Festival.

Una prima spiegazione del successo del populismo-sovranismo, come si è detto, ha a che vedere con la crescente vulnerabilità alla globalizzazione e ai cambiamenti tecnologici (tema dell’ultimo Festival) di ampi strati della popolazione, acuita durante la Grande Recessione. Questa vulnerabilità ha alimentato una forte domanda di protezione sociale, di recupero di sovranità nazionale e di chiusura delle frontiere di fronte all’arrivo di beni prodotti in altri paesi e ancor di più all’arrivo di immigrati. Questo spiega perché populismo e sovranismo siano spesso sinonimi. Tuttavia una lettura strettamente economica dei cambiamenti intervenuti nelle democrazie occidentali non riesce a spiegare perché il populismo ha avuto successo in paesi che hanno conosciuto poche e brevi crisi negli ultimi 10 anni, come la Svizzera e la Polonia, mentre non ha attecchito in Irlanda o in Portogallo, dove la crisi è stata profonda e duratura. Non spiega neanche perché questa rivoluzione delle rappresentanze stia avvenendo solo oggi, mentre non è intervenuta in passato, quando il mondo era stato esposto a shock della stessa natura. Non è la prima volta che si registra una forte accelerazione degli scambi internazionali: pensiamo alla fine del XIX secolo per effetto delle grandi innovazioni nelle comunicazioni (ferrovie, navi a vapore, telegrafo). Non è la prima volta che ci sono forti flussi migratori: all’inizio del ’900 la forza lavoro degli Stati Uniti aumentava di un quarto ricevendo ogni anno un milione di europei. Non è la prima volta che ci sono crisi mondiali: prima della Grande Recessione c’è stata, per l’appunto, la Grande Depressione degli anni ’30.

Un secondo ingrediente del successo di questi partiti è probabilmente legato alla sfiducia nei confronti delle rappresentanze tradizionali. Una quota crescente di cittadini non ha più fiducia nelle classi dirigenti e si rivolge a una offerta politica alternativa, proposta da partiti e leader che si presentano come anti-sistema e contro “la casta”. C’è anche una volontà di punire l’establishment, al costo magari di delegare autorità a perfetti sconosciuti, anzi si vuole prestare ascolto solo a chi si presenta come “uno di noi”.

Quale che sia la causa di questa nuova caratterizzazione del conflitto politico, cosa fanno i sovranisti quando vanno al governo? Spesso le ricette sovraniste si scontrano con le necessità di bilancio, con la realtà dei mercati, coi trattati internazionali. Come fanno i governi sovranisti a risolvere questi conflitti economici? E come i partiti e i gruppi non-sovranisti rispondono? In altre parole, quali sono le nuove dimensioni del conflitto politico sui temi dell’economia?

Anche di questo ci occuperemo quest’anno. Economisti, scienziati politici, storici e studiosi di varie discipline rifletteranno insieme a operatori e rappresentanti politici e istituzionali su queste interazioni fra conflitto politico e conflitto economico, come sempre guardando al di là del caso italiano e ponendo l’attenzione sui cambiamenti rilevanti nella politica economica americana e sulle incertezze dell’unificazione economica e politica europea, all’indomani del voto per il Parlamento Europeo.